La comunicazione in una sessione di Coaching di successo

La comunicazione in una sessione di Coaching di successo

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Non si può non comunicare. Questo sosteneva Paul Watzlawick, il famoso psicologo e filosofo austriaco che definì gli assiomi della comunicazione umana assieme agli altri ricercatori della celebre Scuola di Palo Alto.

A pensarci questa affermazione è talmente vera che risulta quasi scontata. Eppure i suoi effetti nella pratica della nostra vita sono davvero potenti. In particolare in tutte quelle professioni che si fondano su una comunicazione efficace e persuasiva.

Il medico, lo psicologo, il personal trainer, il farmacista e tutti coloro che sono visti come esperti capaci di fornire aiuto, consiglio e guida comunicano con ogni gesto e ogni sguardo anche quando non se ne rendono conto.

Spesso questi professionisti si limitano ad esercitare il proprio ruolo di tecnico e si dimenticano che sono esseri umani che comunicano non solo nozioni ma anche stati d’animo propri, giudizi sulla persona che hanno di fronte, fastidi e tensioni oppure benevolenza, genuino interesse e desiderio di aiuto.

Rifugiarsi dentro il proprio ruolo di tecnico, alzare barriere come scrivanie, divise, simboli di potere è una strategia a volte necessaria e vecchia come il mondo ma non aiuta ad evocare un cambiamento nella persona che ci sta chiedendo aiuto o consiglio.

 

Il modello prescrittivo


Il modello tipico utilizzato in medicina e in altre discipline classiche è quello prescrittivo. Si tende quindi ad “ordinare” una procedura e a non preoccuparsi più di tanto di come e perché la persona la debba adattare. Si parla di “aderenza” ad una terapia per esempio ma si fa poco per rendere quell’aderenza frutto di una scelta emotiva della persona piuttosto che conseguenza della paura di un male più grande.

Forse per questo quando si prova a fare cambiare stile di vita ad una persona in un contesto dove la paura e il rischio di malattie sono ancora scarse, si fa davvero molta fatica.

Il cambiamento non va prescritto ma evocato


Il cambiamento infatti non andrebbe prescritto o provocato ma evocato: per cambiare davvero una persona ha bisogno di farlo per sé, per i propri motivi e seguendo le proprie chiavi emotive.

Fare le domande giuste senza dare risposte 


E qui torna in gioco la comunicazione e in particolare la capacità di fare le domande giuste e non tanto di dare le risposte tecniche.

Il coaching fatto bene si fonda proprio su questo, sul fare le giuste domande, quelle domande che fanno vedere alla persona nuove prospettive e che evocano in lui o lei nuove risposte e nuovi comportamenti.

Nel coaching è necessario resistere alla tentazione (purtroppo forte anche nei non esperti) di dare consigli, di suggerire vie d’uscita, di fornire soluzioni.

Il tecnico (medico, psicologo o altro) ha le competenze per farlo e gli viene chiesto dalla sua professione ma dovrebbe aggiungere la componente del coaching per rendere più facile il cambiamento nella persona che sta aiutando.
Il non tecnico non ha le competenze per farlo e dovrebbe astenersi dal suggerire e semplicemente aiutare la persona a scoprirsi, a capirsi un po’ più a fondo.

Nel coaching tornano molto utili il bagaglio di conoscenze sviluppate dallo psichiatra Milton Erikson, considerato da molti un genio e padre di molte altre discipline tra cui la terapia strategica e la PNL.

Evitare di interrompere, ascoltare per davvero, non pensare già alla risposta da dare mentre l’altro sta ancora parlando, non avere un contatto visivo, creare rapporto, usare il “matching” e il “mirroring”, proporre un “reframing”, usare metafore e analogie, sono tutte cose su cui puntare per migliorare il lavoro che si fa con una persona.

E poi ci sono le domande, domande strategiche mirate, costruite per suscitare un certo tipo di riflessione nell’interlocutore, un’arma potentissima per evocare un cambiamento in positivo.

Infine oggi ci sono le neuroscienze che ci forniscono una mappa sempre più chiara di come funzioniamo e dei fattori che determinano i nostri comportamenti. Conosciamo il ruolo della corteccia prefrontale e dei gangli della base nel cambiamento, sappiamo come funzionano i centri della gratificazione e la dopamina e comprendiamo sempre meglio la funzione dei neurotrasmettitori e degli ormoni nei comportamenti umani.

Tutto questo può sembrare complesso ma si può imparare. Il Metodo Ongaro® nasce proprio per fornire una metodologia scientifica e chiara a tutti coloro che vogliono incidere positivamente sull’esistenza degli altri e aiutarli a cambiare stile di vita.

Si tratta di un condensato di conoscenze e di tecniche pratiche che possono arricchire in modo concreto le capacità di stimolare il cambiamento in positivo.

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Filippo Ongaro

AUTORE

Filippo Ongaro

Medico degli astronauti dal 2000 al 2007, autore Bestseller, ideatore del Metodo Ongaro® e ambasciatore Still I Rise

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